Vini palladiani nella villa delle donne

[vc_row row_type=”row” use_row_as_full_screen_section=”yes” type=”grid” angled_section=”no” text_align=”left” background_image_as_pattern=”without_pattern” css_animation=”” css=”.vc_custom_1475856962388{padding-bottom: 20px !important;}”][vc_column][interactive_banner_2 banner_style=”style1″ image_opacity=”1″ image_opacity_on_hover=”1″][vc_column_text]

Cinque sorelle, otto ettari di vigne e una dimora storica del 1500. Risultato? Calici preziosi, parola dell’architetto rinascimentale

[/vc_column_text][vc_column_text]

di Leila Salimbeni foto di Stefano Scatà

[/vc_column_text][vc_empty_space height=”75px”][vc_column_text]

Se questa storia fosse un film sarebbe un affresco corale, d’autore. Un trattato sociologico sceneggiato, atto a narrare dell’uomo, e della donna, soprattutto, il suo rapporto con la terra. In questo senso, impossibile non pensare a Speriamo che sia femmina di Mario Monicelli, una storia di donne tra donne nel loro rapporto con la madre di tutte le madri, una terra sul cui destino il regista edifica una narrazione cadenzata sulla sensibilità e il ritmo, anche esistenziale, di otto personaggi femminili più l’incursione, invero saltuaria, di pochi, se non pochissimi uomini relegati a macchiette triviali, a cammei spesso buffi, più raramente autorevoli, in ogni caso, marginali. Del resto, se non fosse per qualche fantasma del passato, per il padre Ruggero, e per la figura, solidissima e inappuntabile dell’enologo, Marco Bernabei, Villa Angarano a Bassano del Grappa sembrerebbe l’esatta trasposizione di questa storia: cinque sorelle di cui due protagoniste, Giovanna e Carla, e una terra dove il perpetuarsi della migliore cultura locale, veneta prima palladiana poi, ha saputo stratificare il territorio fino a trasformarlo in paesaggio. A cominciare dai due pini marittimi che introducono, come una cornice, a Villa Angarano, comunemente conosciuta come «villa delle donne» poiché a conduzione matriarcale allorché si ritrovava, nei secoli, a passare di famiglia in famiglia quale eterna dote femminile, appunto, ma la cui storia comincia col Conte Giacomo Angarano che la commissionò all’amico, già teorico e scenografo ma soprattutto grande architetto, Andrea Palladio.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row row_type=”row” use_row_as_full_screen_section=”no” type=”full_width” angled_section=”no” text_align=”left” background_image_as_pattern=”without_pattern” css_animation=””][vc_column width=”1/3″]

Merlot rosato 5 Sisters: sei etichette (cinque sorelle più la mamma) con annesse ricette di famiglia per un vino che rispecchia la femminilità della cantina, sempre a conduzione matriarcale.
[/vc_column][vc_column width=”1/3″]

Isabella Bianchi-Michiel con un calice di Merlot rosato 5 Sisters
[/vc_column][vc_column width=”1/3″]

il Quare di Angarano, Cabernet Sauvignon che affina per 24 mesi in barrique di rovere e riposa altri nove mesi in bottiglia
[/vc_column][/vc_row][vc_row row_type=”row” use_row_as_full_screen_section=”yes” type=”grid” angled_section=”no” text_align=”left” background_image_as_pattern=”without_pattern” css_animation=”” css=”.vc_custom_1475856962388{padding-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Fu proprio il Palladio che, per soddisfare il suo committente, edificò la barchessa quale soluzione abitativa rurale per una nobiltà che abbisognava, nell’amministrazione dei propri beni, di spazi funzionalmente ed ergonomicamente concepiti al punto da essere assunta a modello anche dagli inglesi, e certamente dagli architetti e dagli ingegneri contemporanei che nel corpo centrale delle ville di campagna conservano le sale nobiliari e in quelli laterali giustappongono, a carrellata, le aree di lavoro. Come a confermare, dunque, che l’architettura è il grande libro dell’umanità questa struttura la si legge nell’integrità con cui ha conservato immutata la sua struttura e, con essa, la sua natura; e sin dal XVI secolo, per giunta, quando il progetto venne inserito nei Quattro Libri dell’Architettura dal Palladio stesso che per Angarano aveva composto, nei primi due libri, un epitaffio nel quale asseriva che oltre che per gli ottimi e «preciosi» vini che ivi si facevano, e per i frutti che vi venivano, il luogo era famoso per la cortesia del padrone, firmando una strategica captatio benevolentiae che continua a echeggiare oggi nella voce della nostra ospite, Giovanna Bianchi Michiel.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row row_type=”parallax” parallax_content_width=”in_grid” text_align=”center” background_image=”18244″ full_screen_section_height=”yes” parallax_speed=”2,4″][vc_column][vc_separator type=”transparent” thickness=”0″ up=”0″ down=”177″][vc_separator type=”transparent” thickness=”0″ up=”0″ down=”35″][vc_column_text]

Villa Angarano vista dai filari.

[/vc_column_text][vc_separator type=”transparent” thickness=”0″ up=”0″ down=”26″][vc_column_text][/vc_column_text][vc_separator type=”transparent” thickness=”0″ up=”0″ down=”174″][/vc_column][/vc_row][vc_row row_type=”row” use_row_as_full_screen_section=”yes” type=”grid” angled_section=”no” text_align=”left” background_image_as_pattern=”without_pattern” css_animation=”” css=”.vc_custom_1475856962388{padding-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Medesimo virtuosismo, comunque, si ravvisa anche a proposito dell’approccio agronomico, poiché ivi è tutto focalizzato sul rispetto dell’uomo e della natura, e non è un caso che Villa Angarano abbia abbandonato da anni ogni forma di diserbo e, con la vendemmia 2016 si sia sancita quale azienda a regime biologico. «Lo facciamo», spiega Giovanna, «per preservare, anche, i tanti microclimi che respirano, oltre alle uve, gli ulivi, qui centenari e ancora prosperosissimi». Tornando alle vigne, «i nuovi impianti, risalenti al 2003, ci hanno portato alla prima vendemmia nel 2005, il che fa di noi un’azienda relativamente giovane ma allo stesso tempo anche antichissima». I vini che ne sortiscono sono figli di un’enologia «palladiana» a sua volta, ben scolpiti, garbati, perfino manieristi: vini di frutto e di sostanza, ma definiti nelle molteplici sfaccettature, generosi all’olfatto ed eloquenti nel raccontare l’interazione tra vitigno, annata e territorio.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row row_type=”row” use_row_as_full_screen_section=”no” type=”grid” angled_section=”no” text_align=”left” background_image_as_pattern=”without_pattern” css_animation=”” css=”.vc_custom_1463146163185{padding-top: 50px !important;padding-bottom: 44px !important;}”][vc_column]

[/vc_column][/vc_row][vc_row row_type=”row” use_row_as_full_screen_section=”yes” type=”grid” angled_section=”no” text_align=”left” background_image_as_pattern=”without_pattern” css_animation=”” css=”.vc_custom_1475856962388{padding-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Quest’ultimo, nella fattispecie, ben declinato nella sua trama argillosa i cui depositi, talvolta alluvionali talaltra calcarei si trovano puntualmente nel bicchiere nell’interpretazione dell’autoctona Vespaiola, da cui il Breganze Vespaiolo e il celeberrimo Torcolato San Biagio, o in quella di vini da vitigni forse più acclimatati culturalmente benché di natura internazionale come lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon e il Merlot, in due versioni, Breganze rosso e Veneto rosato. Si tratta di vini compiti in stile e in maniera allorché presentano un’eleganza basata sulla semplicità e sulla serenità compositiva, una disinvoltura che leziosamente adorna la struttura di un orpello più olfattivo che gustativo concepito quasi architettonicamente per incoraggiarne la fruizione. Come il Vespaiolo, si diceva, che complice l’uva, zuccherina al punto d’esser prediletta dalle vespe, da cui mutua il nome, è anche erbacea: una natura bifronte che consegna un vino che, in purezza e in giovinezza, è forse un po’ stravagante e che è tutto un refolo di bergamotto e infuso di finocchio, miele e sciroppo d’acero, di una sapidità virgulta e alacre, ma che nella versione più matura, e appassita, del Torcolato, invece, consegna un balsamo tutto struttura e intensità per la cui produzione le uve vengono lasciate appassire nei grappoli appesi e annodati, da cui il nome torcolato, cioè ritorto, dal colore granato, ambrato brillante, e il profumo del punch al mandarino, dei fichi caramellati, delle olive nere e della buccia di pomodoro essiccata..……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row row_type=”row” use_row_as_full_screen_section=”no” type=”full_width” angled_section=”no” text_align=”left” background_image_as_pattern=”without_pattern” css_animation=””][vc_column]

[/vc_column][/vc_row][vc_row row_type=”row” use_row_as_full_screen_section=”no” type=”full_width” angled_section=”no” text_align=”left” background_image_as_pattern=”without_pattern” css_animation=””][vc_column][vc_column_text]

Le scuderie nella barchessa

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]