Un mito in doppio anniversario

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È l’Amarone Bertani, che festeggia con un parterre
unico e sei assaggi d’eccezione le 50 vendemmie
e il ritorno sul mercato della storica annata 1967

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di Alessandra Piubello

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M omento epico per l’Amarone Bertani con una doppia ricorrenza: 50 vendemmie (dal 1958 al 2008) e il ritorno sul mercato dell’annata storica 1967 (altri cinquant’anni, 1967-2017). Peccato che anch’io non abbia cinquant’anni, sarebbe stato l’en plein. Sei calici sono pronti ad accogliere il sangue della Valpolicella, quella terra unica nelle colline a pochi chilometri da Verona. Per l’evento maximo lo sfondo è Milano, ma sul podio ci sono i volti noti dell’azienda: Emilio Pedron, il «vecchio» (affettuosamente) saggio della Valpolicella, amministratore delegato della Bertani Domains, e Andrea Lonardi, direttore operativo Bertani Domains. Al centro, il giornalista Luciano Ferraro, scelto per la narrazione. Centosessanta anni di storia, fedele alle proprie radici. Custode e alfiere di un territorio che ha profondamente contribuito a far nascere. «Era il 1857, tre anni prima dell’unificazione d’Italia», racconta Ferraro, «quando i fratelli Giovan Battista e Gaetano Bertani, dopo alcuni anni in Francia nei quali impararono le tecniche dal professor Guyot, ritenuto ancor oggi uno dei più importanti esperti di vitivinicoltura, fondarono l’azienda». Stanno versando il primo vino, un Amarone del 1958. Annuso, ed ecco il fruscio della donna in rosso, la mia Valpolicella, che mi prende per mano e mi riporta alla mia terra. Vieni con noi, andiamo. Ecco Tenuta Novare: un palcoscenico di vigneti, un dipinto da tuffarsi dentro, tanto esprime la bellezza della natura. Boschi sul fondale, in primo piano vigneti curati a perdita d’occhio. Sono circa 70 ettari vitati, ma l’anfiteatro naturale si apre a sud su 200 ettari circa.

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Vieni, percorriamo insieme i filari fino a scorgere i due laghetti, ad arrivare a una delle sette fontane che punteggiano la proprietà, a rinvenire le gallerie dove un tempo si estraeva il ferro. Camminiamo la terra, in un alternarsi di suoli, dalle argille ai terreni calcarei, a quelli ricchi di basalto. Siamo in un luogo magico e profondamente vocato. Un intreccio di cultura, storia e natura declinati nell’espressività di Amarone che parlano il linguaggio dell’emozione e toccano nell’intimo l’uomo, nel suo vivere le curve dell’universo. Una sottile musicalità s’insinua all’orecchio e, respirando l’aria mite che aleggia in vigneto, si trasforma in quella sinfonia che trasporta note di rigore e lungimiranza, di coraggioso spirito imprenditoriale, di aderenza identitaria e autenticità essenziale, di coerenza e caparbietà, di origine di un mito, quell’Amarone che nasce proprio qui. Se la tradizione è l’inizio di una storia, l’Amarone Bertani è l’anima di una leggenda che simboleggia la realtà di ieri, di oggi, di domani.  La donna in rosso richiama la nostra attenzione: ci conduce ora in un tempio bacchico, lo scrigno che conserva più di 120mila bottiglie, dal 1958 al 2007, per un valore di 25 milioni di euro. Sul tesoro enoico è depositato il pulviscolo del tempo come testimone di una realtà diventata icona. È uno spaccato storico che ci comunica il valore immutabile dell’identità e la sua suprema essenza. Il più grande archivio storico di un’azienda vitivinicola italiana! Stupiamo, sbalorditi, per l’ennesima volta. Ancora con un «wow» dipinto in volto e il passato negli occhi, seguiamo le tracce della nostra guida scarlatta, che ci spalanca un altro mondo, aprendo una porta di Tenuta Novare. Ecco il fruttaio storico!

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I pendii della sua grande collina sono coperti da una costellazione di boschi e macchia, alternati a uliveti e filari di vigne, simbolo di una vocazione agricola mista. La tipologia del suolo qui è molto diversificata e alterna zone di galestro a zone di argilla e di sabbie marine. Durante il giorno la luce è brillante e intensa e il vento persistente rinfresca le giornate calde e le notti creando le condizioni climatiche ideali per una maturazione graduale e completa dei grappoli e una ricchezza di aromi. È in questo straordinario territorio che ha sede la Tenuta Luce della Vite, l’azienda vinicola produttrice di questo vino iconico. Situata a sud-ovest di Montalcino, copre 247 ettari di terra, di cui 88 coltivati a vite. Una parte degli impianti è datata 1977, ma la maggior parte delle vigne fu piantata tra il 1997 e il 2007 nelle zone più alte del territorio, dunque tra 350 e 420 metri slm. Qui il suolo particolarmente ricco di galestro è ideale per la coltura del Sangiovese. Nelle aree meno elevate, il terreno più ricco di argilla è vocato invece per il Merlot. Benché la conduzione dei vigneti segua i protocolli certificati dell’agricoltura sostenibile, come ha sottolineato Lamberto Frescobaldi durante la degustazione, non è un tema che l’azienda senta il bisogno di pubblicizzare: «Per noi si tratta di una filosofia, non di una strategia di marketing», spiega.

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Da cinquant’anni la messa a riposo delle uve avviene qui, sempre con lo stesso metodo. I grappoli selezionati accuratamente di Corvina e Rondinella sono adagiati sulle classiche arele, come le chiamiamo noi in diaetto veronese, i telai in legno fatti di graticci in canna di bambù, disposti a castello. Resteranno qui ad appassire per 120 giorni, con le finestre aperte, opportunamente orientate per favorire la massima ventilazione, come si usava una volta.  Nessuna tecnologia ma l’aria libera che accarezza l’uva, mossa fondamentale per un appropriato essiccamento. Legno e saggezza, canne di bambù e pazienza, aria cosmica e gesto dell’uomo, il risultato lo ritroviamo in bottiglia. Barrique? Chi ha detto barrique? Da Bertani, dopo la fermentazione in cemento, il vino si rilassa, sonnecchiando per sette anni fra le braccia di capienti botti di 600 litri in rovere di Slavonia.  Ne uscirà per riflettere un altro anno in bottiglia, la stessa bottiglia con la stessa etichetta dal 1958, anno in cui fu messo in commercio per la prima volta. Riconoscibile, coerente sempre. Una leggenda vivente. Un tintinnare di bicchieri mi richiama alla realtà. Riconosco la voce di Ernesto Barbero, 86 anni, l’enologo piemontese chiamato da Guglielmo Bertani nel 1959 per creare lo stile dell’Amarone Bertani..……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

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