Nei calici una musica dai riflessi dell’oro

Bellavista è un riferimento della
Franciacorta che ha trovato nella famiglia
Moretti e nell’enologo Mattia Vezzola
un alleato formidabile per l’innovazione.
Come dimostrano i vini degustati

di Leila Salimbeni foto di Gianni Rizzotti

Due anime si agitano nelle selezioni di vendemmia di Bellavista, l’anima dell’annata, di cui si vuol restituire un ritratto fedele, e l’anima di quello che in Francia chiamerebbero, semplicemente, gôut maison. È proprio questa dicotomia a innescare l’agone dando vita a quel prodotto di straordinaria presenza scenica che è il Bellavista Brut, un’etichetta tanto versatile quanto autorevole, la stessa a esser declinata, non a caso, nella versione La Scala. «Quando il Teatro alla Scala ha festeggiato la riapertura nel 2004», racconta Francesca Moretti, amministratore delegato del Gruppo Terra Moretti Vini, «non potevamo esimerci dal festeggiarlo. Fu motivo di orgoglio, certo, ma anche di ispirazione: come vestirsi per un momento speciale. Il momento dell’Opera e il momento della Vendemmia accomunati dal fatto di essere rappresentazioni uniche, straordinarie, irripetibili», prime rappresentazioni come «prima» è, a modo suo, la degustazione del vino, presentato a Spirito diVino insieme a un raro esemplare di Terre di Franciacorta 1995, annata di botrite nobile. Bellavista, del resto, è rimasta sempre fedele a se stessa: all’identità del territorio e a quella della famiglia Moretti che l’ha forgiata a sua immagine e somiglianza, forte di una deontologia che ha applicato al proprio paesaggio cui riserva, semplicemente, una cura maniacale.

Mattia Vezzola, enologo di Bellavista, e Francesca Moretti, amministratore delegato del Gruppo Terra Moretti Vini, nella cantina di Erbusco, in provincia di Brescia.

Brut 2012 La Scala, un tributo alla partnership di Bellavista con il Teatro alla Scala

«La nostra missione è molto seria», prosegue Francesca. «Una missione di conoscenza dei suoli, in primo luogo, di come questi si riverberano nelle vigne e di come queste si magnifichino all’uomo in termini di espressione sensoriale. Al contempo, però, abbiamo anche l’esigenza di comunicare questa profondità e lo facciamo attraverso un dialogo con le arti liberali, come l’Opera, appunto, ma anche con la scultura e l’arte contemporanea; per questo la collina Bellavista è circondata da opere di artisti provenienti da tutto il mondo: un vero e proprio Parco delle sculture nato nel 2000 e arricchitosi negli anni di nuovi interventi trai i quali, il più recente, quello di Velasco Vitali». Ciononostante, anche se agli occhi del mondo Bellavista potrebbe sembrare una realtà ciclopica e, certamente, ciclopicamente strutturata, è d’uopo ricordare che qui furono e sono compiute scelte tanto innovative quanto, talvolta, controcorrente rispetto all’industrializzazione imperante. Innovative come erano, negli anni 70, le presse a torchio Marmonier: ne fece costruire due, Vittorio Moretti, quelle stesse che indicarono all’enologo Mattia Vezzola che l’uva poteva essere torchiata in maniera estremamente soffice e secondo l’indice di maturazione dei suoi acini; controcorrente perché gli ettari destinati alla produzione sono aumentati sino a raggiungere gli attuali 206, ma in parallelo è aumentato il loro frazionamento in piccolissime parcelle per esaltare la biodiversità.

La cantina sotterranea Bellavista

Contemporaneamente, Moretti investì in vasche d’acciaio inossidabile, le stesse nel quale fermenta il 70% del mosto mentre il resto va a respirare, secondo una proporzione stabile, nelle barrique perché il contatto con l’ossigeno, benché micro, è qui contemplato in quanto agente di stabilità e tempra. Ma non solo, perché il parco botti è servito loro anche a mappare il territorio secondo una parcellizzazione che s’è rivelata utile al momento di comporre, anno dopo anno, le cuvée: come in vigna, nelle vigne distribuite su 224 parcelle, così in cantina, come una sorta di mappa speculare in grado di riflettere la complessità non solo enografica, ma anche temporale allorché qui riposano 35 vini di annate di riserva dal 2009 ai giorni nostri.

«Grande Ellisse» dello scultore Giuseppe Bergomi, opera del Parco sculture Terra Moretti che impreziosisce la tenuta in Franciacorta

Stupisce, poi, che in una realtà come questa il remuage sia solo manuale, e non solo per le bottiglie ma anche per i grandi formati in virtù dei quali Bellavista, coi suoi studi sul vetro, con le retine per lo stoccaggio e il peculiare dégorgement è diventata, anche in Francia, il primo punto di riferimento. Esemplare per tanti, e certamente anche per se stessa, come dimostra la discreta erudizione di etichette come il Bellavista Rosé, paradigmatico nella sua natura leggermente mentolata e agrumata, che rimanda al timo limoncino e un perlage finissimo ma caparbio che slancia un sorso esile, stilizzato, e tanto consapevole da fare dell’essenziale la sua bandiera. Va da sé, poi, che c’è un tratto peculiare, come di folate speziate, ma fresche di cardamomo, ricorrenti in tutti i vini, ma ancor di più in quello più rappresentativo: si tratta del Brut Teatro alla Scala 2012, un vino compiaciuto, profondo e materico come la voce un grande tenore, vestito di nobile stoffe olfattive, sempre agrumate di cedro e di scorza di limone, ma dove anche chiaramente avvertiamo la presenza, già olfattiva, del gesso, un gesso bianco ben levigato….……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

Le pupitre dove «riposano» i Franciacorta di Bellavista