Nel nome del Principe Brunello

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Intervista in esclusiva a Cristina Mariani-May, co-Ceo della Banfi ed esponente della famiglia pioniera della rinascita nel mondo di questo nobile Sangiovese

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di Laura Di Cosimo foto di Gianni Rizzotti

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A volte sono i progetti più audaci a diventare realtà. È la storia dell’azienda Banfi a Montalcino. Incipit visionario della famiglia Mariani, nasce in Toscana alla fine degli anni 70. Un sogno (razionale) che si avvera, trasformandosi in un percorso imprenditoriale di successo. In una prospettiva temporale di quasi quarant’anni, racchiude un excursus enologico straordinario. A renderlo ancora più avvincente, in un’intervista esclusiva a Spirito diVino, sono i racconti della motivata e solare Cristina Mariani-May, co-Ceo dell’azienda dal 2007, appartenente alla terza generazione della famiglia italoamericana. «La compagnia Banfi (Banfi Vintners) nasce come importatore di cibo e vino italiano in America da mio nonno John Mariani senior, nel 1919. Il nome dell’azienda è dedicato a sua zia Teodolinda Banfi, figura importante, che lo introdusse al vino e al cibo di qualità; fu anche la prima persona laica a vivere all’interno delle mura vaticane come governante al servizio di Papa Pio XI.

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Il viale che conduce a Castello Banfi.
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Cristina Mariani-May nella sua dimora privata durante l'intervista: è Ceo dell’azienda dal 2007 con James Mariani, figlio di Harry.
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Originariamente, la società era focalizzata sui vini pregiati provenienti dalla Germania e dalla Francia, da regioni vinicole come Bordeaux e Borgogna. Negli anni Sessanta, mio padre John jr insieme allo zio Harry presero il controllo della società: l’obiettivo era di avvicinare i consumatori americani ai vini italiani. Si cominciò a importare dall’Italia con la compagnia Riunite Lambrusco (un brioso Lambrusco, ndr) che divenne un grande successo negli Stati Uniti, perché esaudiva il desiderio degli americani per un vino fruttato e facile da bere. Il passo successivo fu di indirizzarli verso vini più raffinati provenienti dall’Italia». A quel tempo, erano gli anni 70, la maggior parte dei vini italiani erano realizzati per essere venduti sfusi: c’erano già delle storiche produzioni di pregio ma i restanti vini erano spesso dal carattere rustico e non avevano grande riscontro sui mercati esteri. «Mio padre desiderava portare nuove idee in Italia, metodi di vinificazione e tecnologia moderna, per tirare fuori il meglio dei vitigni italiani.

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L’Enoteca e wine-bar.
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Probabilmente, avremmo potuto acquistare una proprietà vinicola esistente, ma quando mio padre tornò in Italia comprese che la cultura enologica era così profondamente radicata nel modus operandi delle generazioni precedenti che era difficile superare gli errori del passato». L’innovativo progetto prende forma insieme all’esperto enologo e manager del vino Ezio Rivella, che era già il loro consulente. Nel 1983, per coadiuvare la parte tecnica arriva anche il trentino Rudy Buratti, l’attuale direttore enologico della cantina. «Facciamolo noi stessi, partendo da zero», sono le parole esatte ricordate da Cristina. Nel 1978, con uno sguardo lungimirante a quei tempi, dove prima non esisteva quasi più nulla, in quella campagna che subiva la crisi economica e il problema dell’abbandono, la famiglia Mariani acquistava una tenuta di oltre 2.800 ettari nei pressi di Montalcino, nel versante meridionale. Tutto era nuovo di zecca, tutto era creato per corrispondere a un nuovo modo di intendere la produzione vinicola.

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Cristina Mariani-May nelle cantine dell’azienda.
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L'anteprima Brunello di Montalcino Castello Banfi 2012, Poggio alle Mura 2102 e Riserva 2011.
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Si ampliavano gli orizzonti, ci si spingeva oltreoceano, fino a cogliere quello che era solo un’idea futuribile di interpretare la cantina come mezzo ideale della comunicazione del territorio e del vino. Fin dagli inizi, fu un grandioso (e difficile) work in progress: si partì dagli impianti dei vigneti, tutti ex novo dal 1978, piantati a circa 70 ettari all’anno per arrivare, insieme ai 110 ettari acquistati nel 1984, agli attuali 850 ettari vitati. Imponente la costruzione della cantina: studiata con razionale e avveniristici locali adibiti alla lavorazione dell’uva e alla produzione del vino, comprendeva già il valore aggiunto di controllare tutta la filiera completa, cioè vigna, cantina, vino e mercato.

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La degustazione che ha coinvolto Cristina Mariani-May, l’enologo Rudy Buratti, Laura Di Cosimo e Lorella Carresi, PR & comunicazione.
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Seguirono anche la realizzazione di strade per collegare i poderi della grande tenuta e invasi idrici artificiali («laghi») necessari per l’irrigazione. Infine, non meno importante, il lungo e impegnativo restauro del trecentesco Castello Poggio alle Mura, appena acquistato, ricorda Cristina, «era solo un rudere», diventato poi riferimento identificativo dell’azienda insieme al progetto di altre strutture ricettive e formule agricole che fanno parte integrante della realtà Banfi. Accanto alla principale e ricca gamma di vini, oggi si affiancano produzioni di olio, di varie tipologie di frutta, di aceto balsamico e altri prodotti selezionati……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

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I locali con i tini combinati di acciaio e legno (progetto Horizon) dove avviene la fermentazione alcolica a temperatura controllata.
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Una veduta del castello Banfi.
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le sette etichette degustate: il Brunello di Montalcino Poggio all’Oro è una gamma produttiva realizzata con le migliori uve, un unico vigneto e solo nelle annate importanti.
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