Ogni giorno la vita è un’opera prima

Ogni giorno
la vita è
un’opera prima

di Fabiana Giacomotti foto di Malena Mazza styling di Vanessa Contini

T Teatro alla Scala. Francesca Moretti è seduta davanti alla finestra del grande camerino al primo piano del corpo nuovo che di solito accoglie maestri e cantanti per le interviste prima dei concerti e degli appuntamenti più importanti: divani, sedie per gli ospiti, piccola console, séparé, bagno. Il professionista del trucco-parrucco di Spirito diVino che la sta preparando per il servizio fotografico di questo numero le spiega il make up che va applicando; l’amministratore delegato del Gruppo Terra Moretti Vini, sei cantine fra Franciacorta, Toscana e Sardegna per un fatturato 2016 di 65 milioni di euro, segue quell’affaccendarsi sul suo profilo da Madonna del Crivelli con un tremolio ironico ma divertito attorno alla bocca. In fondo, con il dovuto rispetto, si sente un pochino a casa: dalla riapertura della Scala nel 2004, la cantina Bellavista è partner e fornitore ufficiale del teatro in nome dell’eccellenza enologica italiana. Enologa, velista e, da pochissimo, anche autrice di una deliziosa favola illustrata per bambini, Uvaspina alla scoperta della vigna (Mondadori Electa), destinata ad avvicinare i più piccoli alla magia dell’universo vitivinicolo e pensata per l’istituto Madonna della Neve di Adro, in provincia di Brescia, la scuola d’eccellenza dove ha studiato nei primi anni 80 e che ora frequentano i suoi due bambini Alice e Lorenzo, Francesca Moretti non si trucca mai, e tiene a specificarlo. Mostra invece con orgoglio gli stivaletti da biker che quasi ogni giorno usa per il loro scopo effettivo, e cioè andare in moto: da qualche anno è proprietaria di uno Special Café Racer assemblato sulla base di un Bmw R80 del 1982, moto molto sofisticata ma anche sufficientemente garbata perché sua madre non si agiti troppo quando la vede uscire per una delle sue «corse rigeneranti»; i Moretti abitano infatti a poca distanza l’uno dall’altro dalla sede dell’azienda in Franciacorta: una scelta d’affetto e di incanto per le colline coltivate a vigneto ma che postula, inevitabilmente, anche l’amore per la vita in comune. Se Francesca inforca la moto, una voce l’ammonirà sempre di stare attenta «perché è mamma».

I suoi bambini, invece, adorano arrivare a scuola abbrancati a quel centauro sottile e gentile che la sera stacca i telefoni per dedicarsi interamente a loro («Il rito delle favole, coccole e preghiere è preziosissimo anche per me») e che, appena ha un attimo di tempo, li coinvolge nella creazione di grembiuli, prendisole, animali di stoffa. Chi immagina che l’amministratore delegato di un importante gruppo vinicolo sia pieno di libri di enologia, non sa che le pubblicazioni di settore si contendono gli spazi con i libri d’arte e con una ricchissima selezione di riviste per sarti, acquistate perlopiù in Francia e negli Stati Uniti, dove la tradizione del cartamodello a larga diffusione è fortissima fin dai tempi di Ebenezer Butterick, il sarto del Massachusetts che, fra l’800 e il ’900, diede l’avvio al prêt-à-porter:«L’attività manuale, con i suoi ritmi diluiti, mi affascina fin da quando, piccola, guardavo mia nonna tricottare maglioni. Anche solo cucire un pezzo di tessuto ti permette di entrare in un mondo nuovo, sviluppare connessioni inattese».

Lavora anche con la creta e confessa di possedere «più di una macchina da cucire: mio marito Mirco (dirigente di Air Liquide, fra poco affiancherà la moglie nello sviluppo commerciale del gruppo, nda), quando mi sente metterle in moto, scappa». Francesca Moretti con gli stivali da biker «tanto facili da pulire quando si rientra dal giro quotidiano fra le vigne», conosce dunque la moda tecnica al punto che, nel momento in cui riemerge da dietro il séparé, altissima sui tacchi, indossando l’abito di Valentino di chiffon e pizzo rosso scelto per la Prima di quest’anno, è in grado di parlarne con una competenza che sfugge alla maggior parte delle donne di oggi, abilissime nell’acquisto per marchio, suggestioni e, come usa dire oggi «emozioni», ma quasi tutte prive di una competenza specifica. Sa distinguere un soutage fatto a mano da uno realizzato a macchina o la corretta arricciatura di una ruche, e dice che il lavoro di Pier Paolo Piccioli da Valentino le piace molto; però, aggiunge spiazzando l’interlocutrice, trova molto eccitante anche quello di Anthony Vaccarello da Saint Laurent, che è come dire mi piacciono molto i madrigali di Gesualdo da Venosa ma ho un debole per i Simply Red. Le due affermazioni, naturalmente, possono convivere.

Di certo, però, aprono uno spaccato intrigante sulla personalità di chi le pronuncia e sulla sua storia. Francesca Moretti, moto e chiffon, fra le prime laureate in tecnologie alimentari con orientamento in viticoltura ed enologia, è una delle donne più in vista in un settore che, ammette, è «tuttora molto maschile». «Viva le femmine, viva il buon vino!, sostegno e gloria d’umanità!», viene da dire citando il Don Giovanni di Mozart, opera di casa alla Scala. Francesca è anche l’unica figlia di Vittorio che l’abbia seguito in questa passione, nata quasi contestualmente all’attività delle costruzioni. La primogenita Carmen, vicepresidente dei resort L’Albereta in Franciacorta e L’Andana in Toscana, è infatti fondatrice della società di hôtellerie At Carmen con il marito Martino de Rosa, mentre la minore, Valentina, è vicepresidente della divisione di gruppo specializzata nelle costruzioni.

Racconta Francesca: «Feci il mio primo viaggio con papà verso Bordeaux a dieci anni. Soffrivo il mal d’auto. Fu durissimo ed emozionante», ma anche, probabilmente, molto istruttivo sui comportamenti da adottare in un ambiente così diverso, così, appunto, maschile in ogni sua declinazione. L’educazione di Francesca Moretti, che a 14 anni aveva già deciso di voler fare della viticoltura la propria professione e nel 1997, a poco più di trent’anni, guidava le vigne di Petra, in Toscana, seguendone il progetto di zonazione con la collaborazione del massimo esperto italiano, il professor Attilio Scienza, è stata dunque costante e in parte gioiosamente autodidatta: «Quando gli ospiti dei miei genitori uscivano, andavo ad assaggiare i fondi dei bicchieri, cercando di intuirne l’uvaggio». Ritiene che la viticoltura e la cultura del bere responsabile debbano diventare parte integrante di un processo educativo e culturale nazionale. Per questo, dice, «accolgo volentieri le richieste delle scuole di effettuare laboratori di studio». Con la «sua» Madonna della Neve ha appena sviluppato un progetto articolato lungo le quattro stagioni, grazie al quale i bambini della scuola primaria hanno potuto seguire l’intero processo della vinificazione……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE