Auguri Supervenetian

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Abbiamo incontrato Sandro Boscaini e degustato in anteprima il 2014: così Spirito diVino ha celebrato le 50 vendemmie del Campofiorin di Masi, azienda antica dal cuore moderno

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di Leila Salimbeni foto di Fredi Marcarini

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Un colore carnale, viscerale, organico e vitale, un colore che mutua il suo nome italiano dalle radici del sanscrito rudh o reudh, il cui significato era «sangue», e che nella versione aggettivata designava esattamente il colore del sangue: la sua frequenza cromatica. Medesima radice nelle parole latine, dove diventa rubens, e nelle lingue protogermaniche, dove si ritrova come rauthaz da cui l’anglosassone red e il tedesco rot. Non è certo un caso, dunque, che nell’immaginario collettivo sopravviva l’associazione di questo colore a un certo umore viscerale, una pulsione che nelle fantasie dello straniero trova in Italia la sua diletta dimora: rosso è il sangue, il fuoco, rossa la carne e l’amore.

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La Campofiorin Family: si tratta di una filiazione di proseliti enologici uniti nel segno dell’«AppaXXImento», ossia una tecnica certificata dal marchio registrato Masi Expertise.
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E rosso è Campofiorin, un vino che mutua il suo nome da un toponomastico locale e che, a dirla con Burton Anderson, dette vita a «una nuova categoria di vini veronesi». Un pigmento, quello scelto da Masi per la «réclame» del nuovo Campofiorin, tanto trascinante quanto irretente, una tempra impastata del lampo passatista del Falun e del corallo e della materica vinosità del porpora. Un pantone nuovo, che a ben vedere è anche la creazione haute couture di qualche Valentino fa e dai cui tagli rigorosi e plastici, «fontaniani» direbbe qualcuno, sortiscono filiformi e ipnotizzanti mani di donna. Un ricettacolo di suggestioni, dunque, evocate al subconscio di chi questo vino negli anni l’ha goduto: un vino antico, poiché signore, e pertanto colto, posato e stratificato, ma trasversale alle epoche e alle etnie, contemporaneo sempre, insomma, come contemporaneo sempre è ogni classico.

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Sandro Boscaini ritratto in cantina con un calice di Campofiorin.
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bottiglie celebrative: da sinistra, Campofiorin, 70% Corvina, 25% Rondinella e 5% Molinara rifermentato con 25% di uve integre semiappassite per circa sei settimane; Brolo di Campofiorin: brolo designa il clos da cui provengono le uve Corvina, all’80% di cui un 30% appassite, Rondinella e Oseleta.
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Sandro Boscaini ritratto in cantina.
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Come classica è Masi, del resto, un’azienda la cui storia è diventata paradigma enologico sia veneto sia italiano e che ha saputo perpetrare sul territorio un processo d’elezione, o di selezione (concedeteci l’analogia) quasi massale e la cui relazione con la Valpolicella sembra aver suggerito la coniazione stessa della locuzione «genius loci». In questa réclame, riportata in queste pagine, si trova in nuce tutta la sua storia: dal riferimento agli anni 60, dacché nel 1964 nacque, assieme all’Italia contemporanea, Campofiorin stesso, alla suggestione relativa all’invenzione ricorrente della tradizione che, per esser tale deve nutrirsi, come la fenice, di un perpetuo attualizzarsi.

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La campagna di comunicazione per i 50 anni di Campofiorin: un concentrato semantico dove troviamo in nuce tutta la storia di Masi.
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E non è un caso che in questo processo di sempiterna attualizzazione del sé Masi abbia inanellato una lunga carrellata di primati: da quella che altrove abbiamo ribattezzato l’invenzione del nuovo con la codifica dopo il concetto di Ripasso di quell’ingenious technique identificata da Hugh Johnson nel Campofiorin stesso alla reintroduzione della Oseleta, varietà paradigmatica del patrimonio della Valpolicella. Dal suo succo scaturisce un vino impenetrabile, materico, tannico e acido, dall’aroma delicato ma potente a dispetto di un’uva forse piccola nelle dimensioni, fitta nel grappolo, e il cui acino, poco più grande di un grano di pepe, ha buccia e vinacciolo grandi, in proporzione, smisurati.……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

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Il patron di Masi Sandro Boscaini nel fruttaio dove le uve della Valpolicella appassiscono nelle «tradizionali arele di canne di bambù che consentono un facile controllo dello stato di appassimento e permettono il massimo passaggio dell’aria tra un grappolo e l’altro.

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La nuova cantina di Tenuta Canova, a Lazise, col peculiare soffitto a volte blu oltremare.
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