Qualità ad alta quota

Nel 2001 nasce l’azienda ma il mestiere di vignaiolo nella
famiglia Anselmet risale al 1585. Per un sapere
tra i filari e in cantina che arriva fino a oggi e si tramanda
alle generazioni future con immutata passione

di Emanuele Alessandro Gobbi foto di Ugo Zamborlini

D’ a sempre la montagna è valutata come sinonimo di spazi aperti e di libertà. Frequentare però la montagna in maniera «dolce», senza esigere quello che non può offrirci, rispettando quello che può regalarci, è il primo atto di forte responsabilità. Un incipit che profuma di avvertimento al semplice avventore di tale paesaggio, ma che invece vuole essere collegato fortemente a una famiglia valdostana, che ha fatto della responsabilità ambientale un dogma imprescindibile. Una vigorosa rivendicazione, quella degli Anselmet, che si traduce non solo in una consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti, ma che soprattutto si trasforma in effettiva maturità. Già, poiché la prima traccia certa di un Anselmet vignaiolo si ha addirittura nel 1585 con un contratto di acquisto di una vigna in località Villeneuve. Da allora, l’impegno di coltivare la vite si tramanda di generazione in generazione, sino alla fine degli anni 70. È Renato, infatti, in quegli anni, con il suo acume a comprendere appieno le enormi potenzialità della situazione ampelografica valdostana e ad assimilare il concetto che tale viticoltura di montagna merita un impegno concreto per lasua valorizzazione e sviluppo. Ed è qui che la serietà si tramuta in una responsabilità collettiva che vede nella ricerca empirica e metodologica un’autentica salvaguardia dell’ecosistema dove nascono in ettarid ella loro terra.

Veduta della Maison Anselmet a Vereytaz, frazione di Villeneuve, in provincia di Aosta

Gli anni passano, arriverà poi anche la Doc regionale (1985) a mettere un po’ di ordine in Valle, ma ciò che conta in quel momento è forse il suo sorriso contagioso, accompagnato da un pregevolissimo sarcasmo nel trasmettere al figlio Giorgio un quid agricolo. Il Dna non è acqua, diceva prudentemente qualcuno, anche perché la spensieratezza è ben impressa nel viso di quest’ultimo, scortata(cosa fondamentale) da un gran senso del dovere e da una curiosità materiale senza pari. I due Anselmet lavorano insieme tanto e bene, anzi molto bene, nel selezionare i vitigni, nell’ampliare la superficie dei vigneti, nell’aumentare la produzione in termini qualitativi e quantitativi. Complici parecchie esperienze in Borgogna, nella Loira così come nel Vallese, Giorgio apprende con assoluta disinvoltura e precisione le innumerevoli sfaccettature del legno piccolo e la minuziosa arte del bâtonnage. Competenza, memoria e talvolta applicazione tecnologica si mescolano quindi in un preciso quadro familiare, che, in seguito, nella sua lineare e proficua continuazione, distingue un’altra figura importantissima, Bruna Cavagnet. Moglie di Giorgio e mamma di tre probabilissime promesse enologiche o gestionali, si presenta al nostro cospetto solare ed estroversa, non celando tutta via rigore e determinazione.

L’ingresso alla cantina, dove affinano i vini degli Anselmet.

I «magnifici quattro» con dietro i legni nelle loro varie dimensioni: Chardonnay élevé en fût de chêne 2016, Semel Pater 2015, Petite Arvine élevé en fût de chêne 2016, Le Prisonnier 2015.

È altresì semplice capire il suo ruolo di collante all’interno del loro piccolo grande disegno imprenditoriale. La sua principale attività rimane tuttavia la vigna, cui riserva una partecipazione smisurata. Con sicurezza e compiacimento, si dedica alle lavorazioni della pianta, tenendo a evidenziare anche l’altro grande interesse che riesce a sviluppare durante i mesi invernali: lo sci di fondo. Potatura, palizzatura, sfemminellatura, cimatura e vendemmia sono sotto la sua totale giurisdizione: attività che divengonocertamentedelicatequandolependenzeraggiungonopercentuali disarmanti, date dalle insidie e dalle asperità morfologiche. E le nuove generazioni? Come dicevamo, si stanno già rivelando affidabili e lungimiranti. Nello specifico, Henri si occupa di un suo progetto, autonomamente, senz’altroambiziosovistalagiovaneetà, maaltrettanto estroso in alcune prime eccellenti sperimentazioni (www.laplantze.eu), mentre Stephanie e Arline, ancora studentesse, manifestano, come si direbbe in gergo calcistico, un lodevole attaccamento alla maglia! Abbiamo sorseggiato il loro magnifici quattro: Petite Arvineé levé en fût de chêne 2016 (90), Chardonnay élevé en fût de chêne 2016 (93), Le Prisonnier 2015 (92), Semel Pater 2015 (93).

Vigna eroica a 750-800 metri slm, di proprietà della famiglia, dove nasce Le Prisonnier:

Giorgio Anselmet «a cavallo» delle sue botti: i suoi vini sono distribuiti da Sagna Spa (www.sagna.it).

Si sa, i bianchi, qui, elargiscono costantemente freschezza e personalità: ampio, succoso, con una bocca di sapida vena acida che pervade un lungo finale, il primo; elegante, agrumato(pompelmo rosa), sottilmente boisée straordinariamente profondo, il secondo. Trionfo invece dell’autoctono(Petitrouge, Fumin, Cornalin e Mayolet) per il terzo della batteria: tonico, incisivo, polposo e con una chiusurapiacevolmente speziata. Infine dedicato dal figlio al padre (e quindi da Giorgio a Renato), il Semel Pater è un Pinot nero di estrema finezza e complessità, frutto di una vinificazione molto bourguignonne, dove la malolattica parte dopo l’inverno per fissare colore e tannino: un’emozione, al contempo mentale e palatale….……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE .

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